giovedì 6 ottobre 2011

Third Sin

Ipotetica discendenza: sono nata da una relazione clandestina fra Gary Oldman e Giovanna D’arco. I colori nordici spennellati sulla mia figura si sono ispirati, sicuramente, a mia nonna Marlene Dietrich, tedesca e androgina. Ho un fratello adottivo, Gaspard Ulliel, con il quale ho intrecciato una relazione piuttosto focosa. Purtroppo ci hanno scoperti e mi hanno cacciata di casa. Anni dopo ho scoperto di avere una gemella eterozigote, Aspasia , anche lei con gli stessi toni di nonna Marlene. Tutt’ora siamo molto legate e ci scambiamo lacrimose pagine aeree, in cui illustriamo le nostre giornate ingrigite.
Ecco uno dei risultati del nostro gioco preferito, gioco che a lungo andare è entrato a far parte della mia lunga schiera di perversioni.
Lo giocammo d’inverno, dicembre inoltrato e nevoso. Io ed Emilia, nonostante i nostri sedici anni, eravamo ancora dedite ai balocchi e ai passatempi puri, quelli che solo l’intelligenza dei bambini può riuscire a gestire pienamente, gustandone ogni frammento per la prima volta, senza emozioni di seconda mano, ma ancora imballate. Amavamo essere ancora un po’ meno artificiose degli altri.
Ad ogni modo, quella sera nostra madre volle punirci per il nostro ritardo, così pensò bene di chiuderci fuori per qualche ora. Io ero la più furiosa, mentre Emi subiva quasi placidamente quei rimproveri e il freddo che ne seguì. Mi fermò con la sua catena di dolcezza e finimmo abbracciate sulla panca, piena di neve e ghiaccio. Quella ragazza aveva la capacità di trasformare tutta la sua calma in calore. Le sue dita avvinghiate alle mie provocavano un magico e repentino cambiamento di temperatura: dal gelo cominciarono a scaldarsi, così tanto da farmi male, fino a giungere a quella piacevole sensazione che si può provare solo d’inverno
 … sentirsi pieni con una sola carezza di vampa in contrasto con il ghiaccio intorno a se …
Restammo un’ora intera, abbracciate come due gatti gemelli, in silenzio.
La neve sotto di noi era sparita, i cappotti se n’erano impossessati.
“Non sei mia sorella … “ ruppe il silenzio la sua voce cristallina.
Ero ancora un po’ arrabbiata, quindi la mia voce aveva un accordo un po’ grave “Magari … non avrei ereditato da mamma il mio carattere da nazi. Alle volte tendo a non sopportarmi da sola. Se non fosse controproducente, mi pesterei le dita da sola e …”
“Sssssh! Cicalona.” Amici gentili, avete notato la mia spiccata logorrea? Mio padre ha sempre sostenuto che, anche appena nata, ho sempre parlato troppo. Ero una neonata che non frignava ma biascicava sillabe.
“Invece di pensare all’autolesionismo … “ catturò con le dita una mia ciocca “ … perché non scopriamo le tue vere origini?”
“Sono figlia di quella stronza che ci sta facendo trasformare in surgelat … “
“Dicevo” continuava decisa “Lena questa tua mascella un po’ affilata … “ la percorse con la punta delle dita, le quali continuavano a sconfiggere il freddo del mio viso “… i tuoi occhi molto espressivi e azzurri, per non parlare dei capelli biondi e gli zigomi che assomigliano sempre più a due mele … “ carezza anche sulla mia guancia “ … ti allontanano molto dalla nostra famiglia scura e contadina. Mia contessa dalla pelle chiara, da dove venite?”
“Stupida massaia, io sono nata un anno dopo di voi, rammentate? E ci sono delle prove visive della mia effettiva nascita dalla nostra cara mamma hitleriana.” Ah, i filmini del parto fatti da papà. Che meraviglia!
“Insinuate di essere una figlia illegittima? Magari vostro padre è un fuggiasco sovietico …”
“La noiosissima fedeltà di nostra madre smentisce tutto ciò … “
Passarono diversi minuti di silenzio e il sorriso di Emilia continuava a farmi compagnia. Effettivamente i contrasti erano piuttosto netti: le mie ciocche bionde bagnate serpeggiavano fra i suoi fili color mogano, creando un incontro strano e stupendo. Aveva preso quei toni dai nostri genitori. Non riesco ancora a spiegare questo trucco strano che mi ha giocato la genetica. Solamente i miei occhi riprendono vagamente l’azzurro di mio padre. Non so quante volte mi hanno fatto domande del tipo “Parli italiano?” “Da che parte della Russia vieni?”. A lungo andare cominciarono a infastidirmi e lusingarmi allo stesso tempo, dato il tono di ammirazione con cui decoravano le suddette frasi. In fondo mi piaceva poter essere considerata diversa, incuriosire la gente, spingerla a farmi domande, senza fare nulla, solo per via del mio aspetto molto lontano dallo stereotipo della tipica italiana meridionale. Non lo ammettevo per non peccare di superbia o vanità, ma amavo quelle frasi assurde a cui ero sottoposta, perché mi davano la possibilità di inventare una nuova me, che parla un’altra lingua e vive altri amori e altre amicizie. Non era necessario che io raccontassi per davvero queste vite immaginarie, mi bastava crearle e tenerle per me. Un lunedì ero Svetle, un giovedì tornavo Evgenia che vive a Dmitrov. Forse anche questo ha contribuito alla mia passione per Dostoevskij, ma questa è un’altra lunga storia.
“Ci sono! Dato che continuo a pensare che tu non sia mia sorella, voglio inventare il tuo albero genealogico!”
“Si dai, fammi diventare figlia di Messalina … “
“No, anche se avete la stessa vita sentimentale.” Smorfia da bambina. Si slacciò da me e si mise seduta. L’inverno vinse la primavera dei nostri abbracci e mi prese a schiaffi.
“Tua madre è sicuramente Giovanna D’arco … ovviamente tu sei sopravvissuta al rogo. Gary Oldman, tuo padre, ti ha donato il carattere ironico e oscuro allo stesso tempo, tua sorella gemella è Aspasia…”
“Ehi, stai facendo dei salti temporali assurdi!”
“Lo sto inventando io il gioco!”
“Ma se è una palese copia del gioco de Il tempo delle mele!” lo era in parte,ma lei riusciva a renderlo più entusiasmante.
“Non l’ho visto quel film, quindi non vale” altro sorrisone “In fine hai un fratello adottivo, Gaspard Ulliel. Hai presente? Certo che sì, stavi sbavando quando lo hai visto in Hannibal Lecter…”
“Taci”
“Con lui hai fatto sesso di nascosto per circa nove mesi interi. Poi mamma Giovanna ti ha sgamato, ha cercato di mandarti in convento, ma tu sei scappata. Bello eh?” quell’espressione soddisfatta tutt’ora riesco a vederla riflessa nelle vecchie foto. Uno dei gesti che non saprò mai imitare e che sempre mi mancherà. “Tocca a me adesso …”

giovedì 18 agosto 2011

Second Sin


Sto riflettendo su quello che ho appena raccontato. Mi è sembrato di risentire sotto la pelle tutte le parole che ho speso per descrivere quel funerale e quel sogno assurdo. Ogni tanto mi sembra di sentire i miei pensieri vibrare sotto la pelle, bussare sulle ossa. Divampano gentilmente, più del sesso. Sono scariche assurde di ricordi, che si incuneano con prepotenza nella lingua e pigiano nel cervello, e le sensazioni già vissute si percepiscono in maniera amplificata. Ho appena attraversato una caleidoscopica galleria. Voglio tornare a srotolare i miei ricordi per raccontare cosa è successo dopo aver salutato la lapide, dire perché ora mia sorella si trova sottoterra e che cosa mi porta a tormentare il resto del mondo con le mie elucubrazioni. Ci vorrà molto del mio tempo per compiere quest’impresa. Lego i miei capelli in uno chignon e torno a pizzicare il mio computer con le unghie nere scheggiate.
Tre settimane prima del funerale di Emilia, cominciavo contornare con i miei passi il perimetro del cimitero, come se intimamente fossi consapevole del fatto che molto presto ci sarei entrata, da viva. Le mie orecchie ospitavano le note acquose degli Air, intanto il mio indice scarnificava il mio pollice, vizietto che mi accompagna ogni volta che aspetto qualcuno:  ora il mio dito sembra uno straccio talmente consunto da non poter essere utilizzato.
Giulio tardava. Mi aveva intimato più volte di essere puntuale quel giorno, perché doveva dirmi qualcosa di davvero importante. Dovevamo quindi vederci di persona perché per telefono ‘non avremmo potuto percepire le sfumature rivelatrici delle nostre voci’. Ancora una volta le sue parole glassate mi avevano provocato forti pruriti all’interno del mio cranio. Si tramutarono poi in emicrania. Detestavo quel suo continuo recitare, quella sua continua ricerca della parola giusta, dell’ossimoro più impressionante da propinare. Quando si trattava di me o di Emilia, non esitava a sfoderare i suoi mediocri sonetti travestiti da discorsetti moralisti. Aveva un particolare talento nel riuscire a farmi sentire sporca anche con un solo fonema. Ma tale stato d’animo si manifestava a scoppio ritardato: a distanza di ore, a volte anche giorni, sentivo incombere sulle mie labbra il gusto dolciastro dei suoi ‘amore’, ‘dolore’, ‘cattiveria’, la sua gamma di verbi pruriginosi solleticavano il mio midollo e un urlo moriva nella mia gola. Non ho mai saziato quella voglia di strillare, se non nel sogno che ho raccontato qualche riga fa.
Lo vidi arrivare avvolto nella sua camicia di flanella a quadri celesti, sigaretta in mano e cintura sempre lenta e penzolante. Un’immagine trasandata. Un fornelletto che riscalda il sangue delle tredicenni. “Buongiorno”
“Sono le sei di pomeriggio Jules… “
“Perdonami diafana Lena.”
A proposito. Il mio nome è Lena, da Maria Maddalena, nome dettato a mia madre dalla sua debordante ossessione per la religione cattolica. Già a tre anni preferivo essere chiamata solo con le mie ultime quattro lettere. Suonavano leggerissime sui denti e sul palato, così decisi di farlo comparire anche sui miei documenti, con sommo orrore dei miei genitori. Lena di nome, Quartilla di cognome. Nata alle due di notte del 18 marzo. Quel giorno la neve ritornò, mal accolta dato il periodo profumato di primavera, impaziente di liberarsi del gelo di Febbraio.
“Lena?”
“Dicevi?”
“Andiamo al solito bar?”
Lo fissai perplessa “Sono anni che non usciamo insieme, mi sembra stupido dire ‘solito’. Ormai è diventato ‘insolito’” Che battuta del cazzo. Ma lui rise! Un completo falso. Percorremmo un breve tratto. Circa venti metri di chiacchiere tediose, ovviamente tutte provenienti dalle sue labbra. Aspettavo il vero argomento del pomeriggio e le troppe parole inutili non stavano di certo alleviando il mio fastidio, così, appena scorsi le luccicanti sedie plastificate del bar, aprii l’argomento: “Che dovevi dirmi di così essenziale?”
 “Abbi pazienza piccola stellina.”
“Ma dici mai questi nomignoli ad Emilia?”
“Certo, la chiamo miele stellato …”
Riflesso del vomito in azione. Sorella cara, come diavolo sei riuscita a non rigargli il viso con le unghie in quattro lunghi anni? Non ho mai amato le ‘parole d’amore’ fra fidanzatini, ma quelle di Giulio ... Come diavolo hai fatto? Il mio odio sta insozzando queste pagine per colpa del suo ricordo. Va via … va via!
Finalmente arrivarono le parole che tanto aspettavo. Dopo un lungo discorso su come stava andando la sua carriera universitaria, inaspettatamente, esordì: “Allora Lena, ti ho convocata qui perché voglio darti qualcosa. Qualcosa che Emilia deve assolutamente avere entro oggi, ok?” con la mano destra esplorava la sua tasca, la sinistra disegnava ghirigori con l’indice. Tirò fuori una busta da lettere, azzurrina, emanava un buon odore di mughetto. Notai subito che non era sigillata, particolare che risvegliò subito la mia curiosità.  Mi sentii molto meno apatica. La presi senza dire nulla e ne inspirai a occhi semichiusi il suo profumo.
“Non ti senti bene?”
Volsi lo sguardo verso di lui “No, tutto ok. Voglio solo sapere come mai la dai a me?” Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui, volevo assaporare il suo tono di sconforto.
“Lena lo sai … tua madre le ha proibito di vedermi.”
“Non dico che la cosa non mi faccia piacere, ma come mai?”
“Lena” basta, smettila di ripetere il mio nome, è sempre più logoro. “tua madre è sempre stata molto scortese con me, sarà la tipica antipatia a pelle.”
“L’antipatia non porta a proibire di vedere qualcuno”
Silenzio rivelatore. Ne soffriva, riuscivo a vederlo, ma capii che era solo per la sua dignità persa. Probabilmente nostra madre lo aveva umiliato così platealmente da scalfire la sua faccia di bronzo. Misi in borsa la lettera. Lui fece un cenno con la testa.
“Inutile dirti che è solo per i suoi verdissimi occhi.” Che errore Giulio! Non ti hanno mai detto di non mettere regole che verranno subito violate? La curiosità si alimenta di queste frasi fatte, non lo sai?
“Posso andare adesso?”
“Hai da fare?”
“Certo …”
Il fumo, mentre parlava, fece capolino nella sua bocca. “Resta un po’, non hai preso ancora nulla”
“Ti prego Giulio ... la tua insistenza mi porta solo un fortissimo fastidio. Non riesco neanche a sostenere la tua presenza, figurati sentirti parlare per un’altra mezzora. Ciao.”
“Piccola dai ….” Lo lasciai implorare da solo contro la mia schiena. L’aria estiva mi accolse generosa fra le sue spire. Mi piaceva annusare quel vento leggero, portava con se il denso profumo dell’erba secca. Era l’unica cosa che in quel momento riusciva a confortarmi. Un grumo pesante pigiava sul mio corpo. Il souvenir di Giulio. Appena arrivata a casa, raggiunsi la nostra stanza. Emilia era a lezioni di violino e non sarebbe tornata prima delle otto. Avevo tutto il tempo per compiere il mio delitto. Aprire, leggere, comprendere e rimettere tutto in ordine. Ma quel piccolo lembo di carta sembrava un macigno. Il mio indice non riusciva a sollevarlo. Quella cattiveria, che fino a poco prima stava regnando su tutti i miei pensieri, si sciolse nelle mie vene, rendendomi vulnerabile, incapace di compiere qualsiasi bassezza. Non sarei riuscita nemmeno a rubare una caramella. Ero riuscita a pensare di invadere la vita di mia sorella, e in quell’istante cominciai a sentirmi imbrattata di colpa. Mi tramutai in una bambina, triste dopo aver distrutto un bicchiere. Posai la lettera sopra un libro e andai a cercare i miei pantaloni. Avevo un appuntamento con Irma alle otto e, come sempre, sarei arrivata sicuramente con diversi minuti di ritardo. Ormai lei prevedeva tutto ciò, quindi aveva la furbizia di presentarsi mezz’ora dopo l’orario prestabilito. Io, d’altro canto, rispettavo il mio ritardo. Tutto in ordine nel nostro delicato scompiglio.
Una volta raggiunta la porta d’ingresso, la signora cattiveria ricominciò a germogliare nel mio corpo. Volevo assolutamente sventrare quella lettera per scoprire cosa diavolo voleva dirle Giulio. Le sue parole potevano riempirla di gioia o ferirla? Erano capaci di addolcire il suo fragile umore? Picchiettai con i miei passi le scale fino alla mia camera. Presi la lettera, la infilai nella raccolta di poesie di Silvia Plath, recuperai la copia incartata de Il vecchio e il mare, di zio Hemingway,  e raggiunsi l’esterno il più velocemente possibile. Ne avrei parlato con Irma, era l’unica capace di trovare idee brillanti in situazioni tediose.
L’appuntamento era al molo. Sulla mia bici mi sono sempre sentita padrona delle strade, padrona frustata dal vento carico di mare e foglie verdastre. Irma troneggiava fra quelle barche serafiche, alta, mora, nei suoi jeans corti, impreziosita da due occhi ambra. Scesi a terra e portai la bici a mano fino a lei. Mi baciò subito sulla guancia e sorrise “Allora?”
“Viziata, non si pretendono gli auguri”
“Si, se qualcuno se ne dimentica. Avanti”
“Tanti auguri, che le tue rughe siano profonde e le tue smagliature sempre più evidenti!”
“Ah” mise un finto broncio e si sedette sul bordo di legno della passerella. Mi tolsi le scarpe e la seguii. I pizzichi gelidi dell’acqua accesero la mia serenità.
“Come mai hai tardato? La tua gatta è rimasta incastrata in bagno?”
“Niente di tutto ciò” tirai fuori la lettera e i due libri. I suoi occhi prestarono, però, molta attenzione al libro avvolto nella carta celestina. Ma un attimo dopo notò la scrittura sghemba di Giulio e le sue gote si accesero di vergogna e brutti ricordi. Quel ragazzo aveva tormentato anche lei con le sue lettere. Sono stati insieme un anno, ma lei è riuscita a fuggire da quella gabbia e più volte ha tentato di liberare Emilia. Scorretta? Forse, ma era spinta dalla voglia di contrastare il virus di quel ragazzo, che pian piano, in passato, aveva provato a impossessarsi di lei. “Leggila”
“Dovrei?”
“Sei obbligata” me la strappò dalle mani e sollevò il pesante lembo, ricorrendo alla sua crudele e sublime forza.  Non esitai un attimo a tentare di riprendermela. Fu una breve ed intensa colluttazione che ci portò troppo vicine alla fine della passerella. La vittoria fu mia, ma la busta aveva riportato qualche grinza.
 “Ok, dammi solo un secondo per recuperare un po’ di sana meschinità”
“Taci e aprila subito!”
Dieci secondi di orologio per estrarre la lettera. Due secondi di lettura dove sono riuscita solo a carpire la frase iniziale: Piccolo germoglio, ho bisogno di gettare queste righe per …
La carta si accartocciò, mossa da una mano delicata e invisibile. Il mughetto si espanse nell’aria e il fiore della curiosità vide la luce e cominciò da allora a perseguitarmi con i suoi colori sgargianti.
Fu proprio Irma a fermarmi. Aveva un’espressione stravolta, come se qualcosa la stesse torturando lentamente. “Ho cambiato idea … ti prego chiudi tutto e dalla a lei …”
“Sei completamente suonata.”
“Non credi che debba saperlo solo lei quello che c’è scritto?”
“La coerenza non è un tuo pregio vero?”
Silenzio. Sorriso di Irma.
Riposi la lettera e ospitai di nuovo quel pensiero di colpevolezza nel mio cuore. Il suo segreto sarebbe rimasto intatto, ma con una lievissima crepa, una frase che avrei portato le cuore per troppo tempo. Le piccole lettere di quel breve periodo, rimbombavano all’unisono: velari miste a dure legate strettamente con suoni dolci e labiali.
Volgendo lo sguardo verso la barca che danzava sull'acqua, mi accorsi nuovamente della presenza di Irma: ancora una volta la mia testa mi aveva portata lontana dal suo viso olivastro, lasciando scivolare un sipario di silenzi imbarazzanti. Quegli attimi muti sono la base delle mura che di solito costruisco io stessa sotto gli occhi della gente normale, ma con lei la situazione era molto diversa. Avevo finalmente deciso di smettere di regalarle mattoni impilati, pronti a celare i miei pensieri, così decisi di rompere il tutto con il mio regalo. Il vecchio e il mare. “Spero non parli d'amore...”
 “E' amaro quanto te..” Le sistemai una ciocca, scura e ribelle, dietro le orecchie. “Perché odi l'amore?”
 “Io non odio l'amore, tutt'altro...non ne parlo molto proprio perché sto lottando per la sua sopravvivenza. Solo perché tutto e tutti declamano l'esistenza dell'amore la gente si sciacqua la bocca con questa parola. Ma i discorsi servono solo a corrodere la sua vera essenza. Dovremmo cominciare a parlare d'odio, in modo da consumarlo con la lingua fino a renderlo scontato. Dovremmo violentarlo con le lodi e tagliuzzarlo. Solo allora il suo significato, e quindi la sua esistenza, svanirebbe ridando vita all'amore...”

giovedì 7 luglio 2011

XavierMachine

Sei nato nell'officina degli umani
ti hanno forgiato un viso gentile
ti hanno iniettato sangue bizzarro
ma il cuore ancora mancava

Avevi già un nome, nuovo, mai nato
avevi un petto vuoto come quello dei bambini di legno
avevi iridi sfocate che video la donna
la donna con le guance umide

Lei vide una nuova creazione
un lui sorridente risucchiato dal fuoco fatuo
gli occhi le si inumidirono
e mai la sua pelle fu annusata

Chiedesti della latta per rinfrescare il tuo petto
per non sentire
per non chiedere amore, per non darne
per non far mai abitare lacrime nelle iridi verdi

Il fabbricante ti disse un sì dopo l'ultimo bicchiere di assenzio
danzò fra i martelli fatati
aprì il tuo petto
nebbia negli occhi e un "sì" che diventa un "mai"

Il nastro dell'alba rossa ti svegliò
due occhi cielo, di bambina immortale, ridisegnarono il tuo sorriso
il petto infuocato, nessun abisso
solo una tempesta scarlatta imbizzarrita

Fabbricante poco sobrio
i difetti di fabbrica sono devastanti
hai dato un cuore d'amante a chi voleva gelo
lo hai reso un condannato, trafitto dalle lame innamorate.

giovedì 30 giugno 2011

First Sin

Scarpe. Scarpe in ogni angolo. Uno sguardo all’arredamento ed è subito facile scorgere un paio di sneakers o decolté color verde chiaro. Sembrano seguire la stessa coreografia ripresa da angolazioni diverse: la destra ritta come un soldato e la sinistra abbandonata mollemente su un fianco.  Ero al centro di questo gomitolo di lacci vivaci, con la testa sulle ginocchia e le orecchie attente ad ascoltare parole posate su una musica troppo familiare. Rest in me and I'll comfort you… I have lived and I died for you… Mi sembrava di sentirla ancora cantare. Volevo continuare a rimproverarla per le sue (rare) stonature, volevo che quelle note dalla sua gola continuassero a filtrare il muro d’avanti a me. Il testo ritorna a parlare di noi. Ricominciano i cori, così armonici. Lui e lei continuano a duettare, nella mia mente sono pallidi e bellissimi. Canzone successiva. No non ti voglio! Ritorno da te, cantilena amara. You will never be strong enough… You will never be good enough…
Avrei continuato per ore se la porta non si fosse aperta, regalandomi la figura di Giulio. I suoi occhi erano piccoli e rossi, due rubini salati. Le sue labbra si muovevano ma erano sovrastate dai cori nelle mie orecchie. Tolsi gli auricolari. “Come?” mi alzai in piedi, come se mi avesse ordinato di pormi sull’attenti. “Dobbiamo andare …. Ci vieni vestita così?” tutti sappiamo che vestiti lunghi e azzurri non sono spesso ammessi ad un funerale, ma era il preferito di Emilia … non vestirmi così l’avrebbe fatta infuriare … magari sarebbe uscita fuori dalla tomba apposta per prendermi a calci, per poi tornare a riposare per sempre. Era un pensiero lugubre, ma una sua momentanea resurrezione non poteva che rendermi felice, almeno per una piacevole frazione di secondi.
Adorava quell’abito. Inizialmente lo comprò per se, ma la sua corporatura esile non riusciva a sposarsi bene con quel modello delicato. Lo accettai come regalo durante un pomeriggio piovoso. Mi costrinse a metterlo in tutte le occasioni per lei molto speciali: durante i suoi lunghi concerti, per il suo compleanno, per quello di Giulio, la sera delle stelle cadenti in spiaggia. Perfino quando nacque la nostra sorellina mi costrinse a indossarlo prima della corsa in ospedale. Le sue piacevoli parole pigiavano ancora nella mia testa: sei graziosa … davvero un angelo … Diceva che amava vederlo addosso a me. Dato che non poteva averlo, voleva che fosse mio. Come molte altre cose …
“Cambiati …”
“Contaci ragazzo”
“Adesso!”
“Non mi toccare!”
Le sue unghie tentarono si farsi strada nella mia pelle. Troppo affilate per appartenere a un uomo.
“Lena ti ho detto di toglierti quel vestito!” scavarono per mezzo millimetro, volevano lacerarmi.
“Lasciami stare!”
Mi lasciò solo quando cominciò a vedere le sue dita tinte di rosso. Delle piccole mezze lune decoravano il mio braccio. Una solleticante fierezza partì da quelle ferite fino a raggiungere il mio cuore. Non avevo ceduto alla sua irruenza, non c’erano lacrime se non quelle versate per Emilia. Continuava a fissarmi in attesa di una mia mossa sbagliata. Era sempre una gara con lui, un’interminabile partita a scacchi dove era possibile usare solo mosse d’attacco. Nonostante il dolore continuava a lacerarci il petto, continuavamo imperterriti nella nostra lotta iliaca. Quel giorno la vittoria fu mia per la prima volta.
“Andiamo via di qua … “ nella sua voce nacque del pentimento artificiale. Amico mio, perché continui a recitare? Non sei né vittima né boia. Non hai talento per questo spettacolo. Riprova fra mille anni, quando la nostra sofferenza sarà finita.
Il funerale fu un vero successo.
Tanti parenti contriti, un paio sorridenti, una decina completamente indifferenti. Quasi tutti disorientati. Tutti in nero tranne me. Una piccola nuvola azzurra che fa capolino fra tanti nembi piovosi.
Rabbrividii vedendo sulla lapide il mio cognome, fu come se il mio sangue fosse stato sparso sul terreno umido. Un cruento innaffiare.
Giulio accarezzò la garza intorno alla prova della nostra breve colluttazione. “Diceva che avrebbe preferito morire guardando …”
“Zitto.”
“… vorrei tanto scavare il terreno per poterla di nuovo toccare …”
Stucchevole, troppo stucchevole. Non sopportavo quelle parole, quella finta poesia, quella continua recita di mielosi versi. Erano così inutili e così umilianti per Emilia, ma perché rovinare un legame con le parole d’amore? Perché decorare dove non ce n’è bisogno? Anche di fronte al suo ultimo letto lui continuava a mimare Alceo unito a Shakespeare e Baudelaire. Niente di più ridicolo. Lui era un taglio fastidioso sulla lingua. Parlare con lui era come ingurgitare melassa. “ …  la sua pelle era così soffice … mi manca …” e le sue dita accarezzavano la mia nuca. “Mi ricordi tanto lei.” L’aria mi suggeriva di allontanarmi, di urlare. Pochi secondi e le sue labbra avrebbero assalito le mie. Mi resi conto di essere rimasta sola con lui. Io, lui e il marmo piantato nel terreno.  La sua mano si stringeva ancora di più attorno al mio collo. Mi forzò e io urlai “Mollami brutto porco di merda!” nella mia mano c’era l’uncinetto di Emilia. Perforai la pancia del mio aguzzino.
Un sussulto e aprii gli occhi.
Mi sentivo pesante. La mia guancia era poggiata sulla spalla di Giulio. Probabilmente svegliandomi avevo emesso un grido, perché tutti intorno a me mi stavano fissando. Anche Emilia sembrava farlo, attraverso il nostro cognome sulla lapide.