Ipotetica discendenza: sono nata da una relazione clandestina fra Gary Oldman e Giovanna D’arco. I colori nordici spennellati sulla mia figura si sono ispirati, sicuramente, a mia nonna Marlene Dietrich, tedesca e androgina. Ho un fratello adottivo, Gaspard Ulliel, con il quale ho intrecciato una relazione piuttosto focosa. Purtroppo ci hanno scoperti e mi hanno cacciata di casa. Anni dopo ho scoperto di avere una gemella eterozigote, Aspasia , anche lei con gli stessi toni di nonna Marlene. Tutt’ora siamo molto legate e ci scambiamo lacrimose pagine aeree, in cui illustriamo le nostre giornate ingrigite.
Ecco uno dei risultati del nostro gioco preferito, gioco che a lungo andare è entrato a far parte della mia lunga schiera di perversioni.
Lo giocammo d’inverno, dicembre inoltrato e nevoso. Io ed Emilia, nonostante i nostri sedici anni, eravamo ancora dedite ai balocchi e ai passatempi puri, quelli che solo l’intelligenza dei bambini può riuscire a gestire pienamente, gustandone ogni frammento per la prima volta, senza emozioni di seconda mano, ma ancora imballate. Amavamo essere ancora un po’ meno artificiose degli altri.
Ad ogni modo, quella sera nostra madre volle punirci per il nostro ritardo, così pensò bene di chiuderci fuori per qualche ora. Io ero la più furiosa, mentre Emi subiva quasi placidamente quei rimproveri e il freddo che ne seguì. Mi fermò con la sua catena di dolcezza e finimmo abbracciate sulla panca, piena di neve e ghiaccio. Quella ragazza aveva la capacità di trasformare tutta la sua calma in calore. Le sue dita avvinghiate alle mie provocavano un magico e repentino cambiamento di temperatura: dal gelo cominciarono a scaldarsi, così tanto da farmi male, fino a giungere a quella piacevole sensazione che si può provare solo d’inverno
… sentirsi pieni con una sola carezza di vampa in contrasto con il ghiaccio intorno a se …
Restammo un’ora intera, abbracciate come due gatti gemelli, in silenzio.
La neve sotto di noi era sparita, i cappotti se n’erano impossessati.
“Non sei mia sorella … “ ruppe il silenzio la sua voce cristallina.
Ero ancora un po’ arrabbiata, quindi la mia voce aveva un accordo un po’ grave “Magari … non avrei ereditato da mamma il mio carattere da nazi. Alle volte tendo a non sopportarmi da sola. Se non fosse controproducente, mi pesterei le dita da sola e …”
“Sssssh! Cicalona.” Amici gentili, avete notato la mia spiccata logorrea? Mio padre ha sempre sostenuto che, anche appena nata, ho sempre parlato troppo. Ero una neonata che non frignava ma biascicava sillabe.
“Invece di pensare all’autolesionismo … “ catturò con le dita una mia ciocca “ … perché non scopriamo le tue vere origini?”
“Sono figlia di quella stronza che ci sta facendo trasformare in surgelat … “
“Dicevo” continuava decisa “Lena questa tua mascella un po’ affilata … “ la percorse con la punta delle dita, le quali continuavano a sconfiggere il freddo del mio viso “… i tuoi occhi molto espressivi e azzurri, per non parlare dei capelli biondi e gli zigomi che assomigliano sempre più a due mele … “ carezza anche sulla mia guancia “ … ti allontanano molto dalla nostra famiglia scura e contadina. Mia contessa dalla pelle chiara, da dove venite?”
“Stupida massaia, io sono nata un anno dopo di voi, rammentate? E ci sono delle prove visive della mia effettiva nascita dalla nostra cara mamma hitleriana.” Ah, i filmini del parto fatti da papà. Che meraviglia!
“Insinuate di essere una figlia illegittima? Magari vostro padre è un fuggiasco sovietico …”
“La noiosissima fedeltà di nostra madre smentisce tutto ciò … “
Passarono diversi minuti di silenzio e il sorriso di Emilia continuava a farmi compagnia. Effettivamente i contrasti erano piuttosto netti: le mie ciocche bionde bagnate serpeggiavano fra i suoi fili color mogano, creando un incontro strano e stupendo. Aveva preso quei toni dai nostri genitori. Non riesco ancora a spiegare questo trucco strano che mi ha giocato la genetica. Solamente i miei occhi riprendono vagamente l’azzurro di mio padre. Non so quante volte mi hanno fatto domande del tipo “Parli italiano?” “Da che parte della Russia vieni?”. A lungo andare cominciarono a infastidirmi e lusingarmi allo stesso tempo, dato il tono di ammirazione con cui decoravano le suddette frasi. In fondo mi piaceva poter essere considerata diversa, incuriosire la gente, spingerla a farmi domande, senza fare nulla, solo per via del mio aspetto molto lontano dallo stereotipo della tipica italiana meridionale. Non lo ammettevo per non peccare di superbia o vanità, ma amavo quelle frasi assurde a cui ero sottoposta, perché mi davano la possibilità di inventare una nuova me, che parla un’altra lingua e vive altri amori e altre amicizie. Non era necessario che io raccontassi per davvero queste vite immaginarie, mi bastava crearle e tenerle per me. Un lunedì ero Svetle, un giovedì tornavo Evgenia che vive a Dmitrov. Forse anche questo ha contribuito alla mia passione per Dostoevskij, ma questa è un’altra lunga storia.
“Ci sono! Dato che continuo a pensare che tu non sia mia sorella, voglio inventare il tuo albero genealogico!”
“Si dai, fammi diventare figlia di Messalina … “
“No, anche se avete la stessa vita sentimentale.” Smorfia da bambina. Si slacciò da me e si mise seduta. L’inverno vinse la primavera dei nostri abbracci e mi prese a schiaffi.
“Tua madre è sicuramente Giovanna D’arco … ovviamente tu sei sopravvissuta al rogo. Gary Oldman, tuo padre, ti ha donato il carattere ironico e oscuro allo stesso tempo, tua sorella gemella è Aspasia…”
“Ehi, stai facendo dei salti temporali assurdi!”
“Lo sto inventando io il gioco!”
“Ma se è una palese copia del gioco de Il tempo delle mele!” lo era in parte,ma lei riusciva a renderlo più entusiasmante.
“Non l’ho visto quel film, quindi non vale” altro sorrisone “In fine hai un fratello adottivo, Gaspard Ulliel. Hai presente? Certo che sì, stavi sbavando quando lo hai visto in Hannibal Lecter…”
“Taci”
“Con lui hai fatto sesso di nascosto per circa nove mesi interi. Poi mamma Giovanna ti ha sgamato, ha cercato di mandarti in convento, ma tu sei scappata. Bello eh?” quell’espressione soddisfatta tutt’ora riesco a vederla riflessa nelle vecchie foto. Uno dei gesti che non saprò mai imitare e che sempre mi mancherà. “Tocca a me adesso …”
Ecco uno dei risultati del nostro gioco preferito, gioco che a lungo andare è entrato a far parte della mia lunga schiera di perversioni.
Lo giocammo d’inverno, dicembre inoltrato e nevoso. Io ed Emilia, nonostante i nostri sedici anni, eravamo ancora dedite ai balocchi e ai passatempi puri, quelli che solo l’intelligenza dei bambini può riuscire a gestire pienamente, gustandone ogni frammento per la prima volta, senza emozioni di seconda mano, ma ancora imballate. Amavamo essere ancora un po’ meno artificiose degli altri.
Ad ogni modo, quella sera nostra madre volle punirci per il nostro ritardo, così pensò bene di chiuderci fuori per qualche ora. Io ero la più furiosa, mentre Emi subiva quasi placidamente quei rimproveri e il freddo che ne seguì. Mi fermò con la sua catena di dolcezza e finimmo abbracciate sulla panca, piena di neve e ghiaccio. Quella ragazza aveva la capacità di trasformare tutta la sua calma in calore. Le sue dita avvinghiate alle mie provocavano un magico e repentino cambiamento di temperatura: dal gelo cominciarono a scaldarsi, così tanto da farmi male, fino a giungere a quella piacevole sensazione che si può provare solo d’inverno
… sentirsi pieni con una sola carezza di vampa in contrasto con il ghiaccio intorno a se …
Restammo un’ora intera, abbracciate come due gatti gemelli, in silenzio.
La neve sotto di noi era sparita, i cappotti se n’erano impossessati.
“Non sei mia sorella … “ ruppe il silenzio la sua voce cristallina.
Ero ancora un po’ arrabbiata, quindi la mia voce aveva un accordo un po’ grave “Magari … non avrei ereditato da mamma il mio carattere da nazi. Alle volte tendo a non sopportarmi da sola. Se non fosse controproducente, mi pesterei le dita da sola e …”
“Sssssh! Cicalona.” Amici gentili, avete notato la mia spiccata logorrea? Mio padre ha sempre sostenuto che, anche appena nata, ho sempre parlato troppo. Ero una neonata che non frignava ma biascicava sillabe.
“Invece di pensare all’autolesionismo … “ catturò con le dita una mia ciocca “ … perché non scopriamo le tue vere origini?”
“Sono figlia di quella stronza che ci sta facendo trasformare in surgelat … “
“Dicevo” continuava decisa “Lena questa tua mascella un po’ affilata … “ la percorse con la punta delle dita, le quali continuavano a sconfiggere il freddo del mio viso “… i tuoi occhi molto espressivi e azzurri, per non parlare dei capelli biondi e gli zigomi che assomigliano sempre più a due mele … “ carezza anche sulla mia guancia “ … ti allontanano molto dalla nostra famiglia scura e contadina. Mia contessa dalla pelle chiara, da dove venite?”
“Stupida massaia, io sono nata un anno dopo di voi, rammentate? E ci sono delle prove visive della mia effettiva nascita dalla nostra cara mamma hitleriana.” Ah, i filmini del parto fatti da papà. Che meraviglia!
“Insinuate di essere una figlia illegittima? Magari vostro padre è un fuggiasco sovietico …”
“La noiosissima fedeltà di nostra madre smentisce tutto ciò … “
Passarono diversi minuti di silenzio e il sorriso di Emilia continuava a farmi compagnia. Effettivamente i contrasti erano piuttosto netti: le mie ciocche bionde bagnate serpeggiavano fra i suoi fili color mogano, creando un incontro strano e stupendo. Aveva preso quei toni dai nostri genitori. Non riesco ancora a spiegare questo trucco strano che mi ha giocato la genetica. Solamente i miei occhi riprendono vagamente l’azzurro di mio padre. Non so quante volte mi hanno fatto domande del tipo “Parli italiano?” “Da che parte della Russia vieni?”. A lungo andare cominciarono a infastidirmi e lusingarmi allo stesso tempo, dato il tono di ammirazione con cui decoravano le suddette frasi. In fondo mi piaceva poter essere considerata diversa, incuriosire la gente, spingerla a farmi domande, senza fare nulla, solo per via del mio aspetto molto lontano dallo stereotipo della tipica italiana meridionale. Non lo ammettevo per non peccare di superbia o vanità, ma amavo quelle frasi assurde a cui ero sottoposta, perché mi davano la possibilità di inventare una nuova me, che parla un’altra lingua e vive altri amori e altre amicizie. Non era necessario che io raccontassi per davvero queste vite immaginarie, mi bastava crearle e tenerle per me. Un lunedì ero Svetle, un giovedì tornavo Evgenia che vive a Dmitrov. Forse anche questo ha contribuito alla mia passione per Dostoevskij, ma questa è un’altra lunga storia.
“Ci sono! Dato che continuo a pensare che tu non sia mia sorella, voglio inventare il tuo albero genealogico!”
“Si dai, fammi diventare figlia di Messalina … “
“No, anche se avete la stessa vita sentimentale.” Smorfia da bambina. Si slacciò da me e si mise seduta. L’inverno vinse la primavera dei nostri abbracci e mi prese a schiaffi.
“Tua madre è sicuramente Giovanna D’arco … ovviamente tu sei sopravvissuta al rogo. Gary Oldman, tuo padre, ti ha donato il carattere ironico e oscuro allo stesso tempo, tua sorella gemella è Aspasia…”
“Ehi, stai facendo dei salti temporali assurdi!”
“Lo sto inventando io il gioco!”
“Ma se è una palese copia del gioco de Il tempo delle mele!” lo era in parte,ma lei riusciva a renderlo più entusiasmante.
“Non l’ho visto quel film, quindi non vale” altro sorrisone “In fine hai un fratello adottivo, Gaspard Ulliel. Hai presente? Certo che sì, stavi sbavando quando lo hai visto in Hannibal Lecter…”
“Taci”
“Con lui hai fatto sesso di nascosto per circa nove mesi interi. Poi mamma Giovanna ti ha sgamato, ha cercato di mandarti in convento, ma tu sei scappata. Bello eh?” quell’espressione soddisfatta tutt’ora riesco a vederla riflessa nelle vecchie foto. Uno dei gesti che non saprò mai imitare e che sempre mi mancherà. “Tocca a me adesso …”
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