Sto riflettendo su quello che ho appena raccontato. Mi è sembrato di risentire sotto la pelle tutte le parole che ho speso per descrivere quel funerale e quel sogno assurdo. Ogni tanto mi sembra di sentire i miei pensieri vibrare sotto la pelle, bussare sulle ossa. Divampano gentilmente, più del sesso. Sono scariche assurde di ricordi, che si incuneano con prepotenza nella lingua e pigiano nel cervello, e le sensazioni già vissute si percepiscono in maniera amplificata. Ho appena attraversato una caleidoscopica galleria. Voglio tornare a srotolare i miei ricordi per raccontare cosa è successo dopo aver salutato la lapide, dire perché ora mia sorella si trova sottoterra e che cosa mi porta a tormentare il resto del mondo con le mie elucubrazioni. Ci vorrà molto del mio tempo per compiere quest’impresa. Lego i miei capelli in uno chignon e torno a pizzicare il mio computer con le unghie nere scheggiate.
Tre settimane prima del funerale di Emilia, cominciavo contornare con i miei passi il perimetro del cimitero, come se intimamente fossi consapevole del fatto che molto presto ci sarei entrata, da viva. Le mie orecchie ospitavano le note acquose degli Air, intanto il mio indice scarnificava il mio pollice, vizietto che mi accompagna ogni volta che aspetto qualcuno: ora il mio dito sembra uno straccio talmente consunto da non poter essere utilizzato.
Giulio tardava. Mi aveva intimato più volte di essere puntuale quel giorno, perché doveva dirmi qualcosa di davvero importante. Dovevamo quindi vederci di persona perché per telefono ‘non avremmo potuto percepire le sfumature rivelatrici delle nostre voci’. Ancora una volta le sue parole glassate mi avevano provocato forti pruriti all’interno del mio cranio. Si tramutarono poi in emicrania. Detestavo quel suo continuo recitare, quella sua continua ricerca della parola giusta, dell’ossimoro più impressionante da propinare. Quando si trattava di me o di Emilia, non esitava a sfoderare i suoi mediocri sonetti travestiti da discorsetti moralisti. Aveva un particolare talento nel riuscire a farmi sentire sporca anche con un solo fonema. Ma tale stato d’animo si manifestava a scoppio ritardato: a distanza di ore, a volte anche giorni, sentivo incombere sulle mie labbra il gusto dolciastro dei suoi ‘amore’, ‘dolore’, ‘cattiveria’, la sua gamma di verbi pruriginosi solleticavano il mio midollo e un urlo moriva nella mia gola. Non ho mai saziato quella voglia di strillare, se non nel sogno che ho raccontato qualche riga fa.
Lo vidi arrivare avvolto nella sua camicia di flanella a quadri celesti, sigaretta in mano e cintura sempre lenta e penzolante. Un’immagine trasandata. Un fornelletto che riscalda il sangue delle tredicenni. “Buongiorno”
“Sono le sei di pomeriggio Jules… “
“Perdonami diafana Lena.”
A proposito. Il mio nome è Lena, da Maria Maddalena, nome dettato a mia madre dalla sua debordante ossessione per la religione cattolica. Già a tre anni preferivo essere chiamata solo con le mie ultime quattro lettere. Suonavano leggerissime sui denti e sul palato, così decisi di farlo comparire anche sui miei documenti, con sommo orrore dei miei genitori. Lena di nome, Quartilla di cognome. Nata alle due di notte del 18 marzo. Quel giorno la neve ritornò, mal accolta dato il periodo profumato di primavera, impaziente di liberarsi del gelo di Febbraio.
“Lena?”
“Dicevi?”
“Andiamo al solito bar?”
Lo fissai perplessa “Sono anni che non usciamo insieme, mi sembra stupido dire ‘solito’. Ormai è diventato ‘insolito’” Che battuta del cazzo. Ma lui rise! Un completo falso. Percorremmo un breve tratto. Circa venti metri di chiacchiere tediose, ovviamente tutte provenienti dalle sue labbra. Aspettavo il vero argomento del pomeriggio e le troppe parole inutili non stavano di certo alleviando il mio fastidio, così, appena scorsi le luccicanti sedie plastificate del bar, aprii l’argomento: “Che dovevi dirmi di così essenziale?”
“Abbi pazienza piccola stellina.”
“Ma dici mai questi nomignoli ad Emilia?”
“Certo, la chiamo miele stellato …”
Riflesso del vomito in azione. Sorella cara, come diavolo sei riuscita a non rigargli il viso con le unghie in quattro lunghi anni? Non ho mai amato le ‘parole d’amore’ fra fidanzatini, ma quelle di Giulio ... Come diavolo hai fatto? Il mio odio sta insozzando queste pagine per colpa del suo ricordo. Va via … va via!
Finalmente arrivarono le parole che tanto aspettavo. Dopo un lungo discorso su come stava andando la sua carriera universitaria, inaspettatamente, esordì: “Allora Lena, ti ho convocata qui perché voglio darti qualcosa. Qualcosa che Emilia deve assolutamente avere entro oggi, ok?” con la mano destra esplorava la sua tasca, la sinistra disegnava ghirigori con l’indice. Tirò fuori una busta da lettere, azzurrina, emanava un buon odore di mughetto. Notai subito che non era sigillata, particolare che risvegliò subito la mia curiosità. Mi sentii molto meno apatica. La presi senza dire nulla e ne inspirai a occhi semichiusi il suo profumo.
“Non ti senti bene?”
Volsi lo sguardo verso di lui “No, tutto ok. Voglio solo sapere come mai la dai a me?” Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui, volevo assaporare il suo tono di sconforto.
“Lena lo sai … tua madre le ha proibito di vedermi.”
“Non dico che la cosa non mi faccia piacere, ma come mai?”
“Lena” basta, smettila di ripetere il mio nome, è sempre più logoro. “tua madre è sempre stata molto scortese con me, sarà la tipica antipatia a pelle.”
“L’antipatia non porta a proibire di vedere qualcuno”
Silenzio rivelatore. Ne soffriva, riuscivo a vederlo, ma capii che era solo per la sua dignità persa. Probabilmente nostra madre lo aveva umiliato così platealmente da scalfire la sua faccia di bronzo. Misi in borsa la lettera. Lui fece un cenno con la testa.
“Inutile dirti che è solo per i suoi verdissimi occhi.” Che errore Giulio! Non ti hanno mai detto di non mettere regole che verranno subito violate? La curiosità si alimenta di queste frasi fatte, non lo sai?
“Posso andare adesso?”
“Hai da fare?”
“Certo …”
Il fumo, mentre parlava, fece capolino nella sua bocca. “Resta un po’, non hai preso ancora nulla”
“Ti prego Giulio ... la tua insistenza mi porta solo un fortissimo fastidio. Non riesco neanche a sostenere la tua presenza, figurati sentirti parlare per un’altra mezzora. Ciao.”
“Piccola dai ….” Lo lasciai implorare da solo contro la mia schiena. L’aria estiva mi accolse generosa fra le sue spire. Mi piaceva annusare quel vento leggero, portava con se il denso profumo dell’erba secca. Era l’unica cosa che in quel momento riusciva a confortarmi. Un grumo pesante pigiava sul mio corpo. Il souvenir di Giulio. Appena arrivata a casa, raggiunsi la nostra stanza. Emilia era a lezioni di violino e non sarebbe tornata prima delle otto. Avevo tutto il tempo per compiere il mio delitto. Aprire, leggere, comprendere e rimettere tutto in ordine. Ma quel piccolo lembo di carta sembrava un macigno. Il mio indice non riusciva a sollevarlo. Quella cattiveria, che fino a poco prima stava regnando su tutti i miei pensieri, si sciolse nelle mie vene, rendendomi vulnerabile, incapace di compiere qualsiasi bassezza. Non sarei riuscita nemmeno a rubare una caramella. Ero riuscita a pensare di invadere la vita di mia sorella, e in quell’istante cominciai a sentirmi imbrattata di colpa. Mi tramutai in una bambina, triste dopo aver distrutto un bicchiere. Posai la lettera sopra un libro e andai a cercare i miei pantaloni. Avevo un appuntamento con Irma alle otto e, come sempre, sarei arrivata sicuramente con diversi minuti di ritardo. Ormai lei prevedeva tutto ciò, quindi aveva la furbizia di presentarsi mezz’ora dopo l’orario prestabilito. Io, d’altro canto, rispettavo il mio ritardo. Tutto in ordine nel nostro delicato scompiglio.
Una volta raggiunta la porta d’ingresso, la signora cattiveria ricominciò a germogliare nel mio corpo. Volevo assolutamente sventrare quella lettera per scoprire cosa diavolo voleva dirle Giulio. Le sue parole potevano riempirla di gioia o ferirla? Erano capaci di addolcire il suo fragile umore? Picchiettai con i miei passi le scale fino alla mia camera. Presi la lettera, la infilai nella raccolta di poesie di Silvia Plath, recuperai la copia incartata de Il vecchio e il mare, di zio Hemingway, e raggiunsi l’esterno il più velocemente possibile. Ne avrei parlato con Irma, era l’unica capace di trovare idee brillanti in situazioni tediose.
L’appuntamento era al molo. Sulla mia bici mi sono sempre sentita padrona delle strade, padrona frustata dal vento carico di mare e foglie verdastre. Irma troneggiava fra quelle barche serafiche, alta, mora, nei suoi jeans corti, impreziosita da due occhi ambra. Scesi a terra e portai la bici a mano fino a lei. Mi baciò subito sulla guancia e sorrise “Allora?”
“Viziata, non si pretendono gli auguri”
“Si, se qualcuno se ne dimentica. Avanti”
“Tanti auguri, che le tue rughe siano profonde e le tue smagliature sempre più evidenti!”
“Ah” mise un finto broncio e si sedette sul bordo di legno della passerella. Mi tolsi le scarpe e la seguii. I pizzichi gelidi dell’acqua accesero la mia serenità.
“Come mai hai tardato? La tua gatta è rimasta incastrata in bagno?”
“Niente di tutto ciò” tirai fuori la lettera e i due libri. I suoi occhi prestarono, però, molta attenzione al libro avvolto nella carta celestina. Ma un attimo dopo notò la scrittura sghemba di Giulio e le sue gote si accesero di vergogna e brutti ricordi. Quel ragazzo aveva tormentato anche lei con le sue lettere. Sono stati insieme un anno, ma lei è riuscita a fuggire da quella gabbia e più volte ha tentato di liberare Emilia. Scorretta? Forse, ma era spinta dalla voglia di contrastare il virus di quel ragazzo, che pian piano, in passato, aveva provato a impossessarsi di lei. “Leggila”
“Dovrei?”
“Sei obbligata” me la strappò dalle mani e sollevò il pesante lembo, ricorrendo alla sua crudele e sublime forza. Non esitai un attimo a tentare di riprendermela. Fu una breve ed intensa colluttazione che ci portò troppo vicine alla fine della passerella. La vittoria fu mia, ma la busta aveva riportato qualche grinza.
“Ok, dammi solo un secondo per recuperare un po’ di sana meschinità”
“Taci e aprila subito!”
Dieci secondi di orologio per estrarre la lettera. Due secondi di lettura dove sono riuscita solo a carpire la frase iniziale: Piccolo germoglio, ho bisogno di gettare queste righe per …
La carta si accartocciò, mossa da una mano delicata e invisibile. Il mughetto si espanse nell’aria e il fiore della curiosità vide la luce e cominciò da allora a perseguitarmi con i suoi colori sgargianti.
Fu proprio Irma a fermarmi. Aveva un’espressione stravolta, come se qualcosa la stesse torturando lentamente. “Ho cambiato idea … ti prego chiudi tutto e dalla a lei …”
“Sei completamente suonata.”
“Non credi che debba saperlo solo lei quello che c’è scritto?”
“La coerenza non è un tuo pregio vero?”
Silenzio. Sorriso di Irma.
Riposi la lettera e ospitai di nuovo quel pensiero di colpevolezza nel mio cuore. Il suo segreto sarebbe rimasto intatto, ma con una lievissima crepa, una frase che avrei portato le cuore per troppo tempo. Le piccole lettere di quel breve periodo, rimbombavano all’unisono: velari miste a dure legate strettamente con suoni dolci e labiali.
Volgendo lo sguardo verso la barca che danzava sull'acqua, mi accorsi nuovamente della presenza di Irma: ancora una volta la mia testa mi aveva portata lontana dal suo viso olivastro, lasciando scivolare un sipario di silenzi imbarazzanti. Quegli attimi muti sono la base delle mura che di solito costruisco io stessa sotto gli occhi della gente normale, ma con lei la situazione era molto diversa. Avevo finalmente deciso di smettere di regalarle mattoni impilati, pronti a celare i miei pensieri, così decisi di rompere il tutto con il mio regalo. Il vecchio e il mare. “Spero non parli d'amore...”
“E' amaro quanto te..” Le sistemai una ciocca, scura e ribelle, dietro le orecchie. “Perché odi l'amore?”
“Io non odio l'amore, tutt'altro...non ne parlo molto proprio perché sto lottando per la sua sopravvivenza. Solo perché tutto e tutti declamano l'esistenza dell'amore la gente si sciacqua la bocca con questa parola. Ma i discorsi servono solo a corrodere la sua vera essenza. Dovremmo cominciare a parlare d'odio, in modo da consumarlo con la lingua fino a renderlo scontato. Dovremmo violentarlo con le lodi e tagliuzzarlo. Solo allora il suo significato, e quindi la sua esistenza, svanirebbe ridando vita all'amore...”
Giulio tardava. Mi aveva intimato più volte di essere puntuale quel giorno, perché doveva dirmi qualcosa di davvero importante. Dovevamo quindi vederci di persona perché per telefono ‘non avremmo potuto percepire le sfumature rivelatrici delle nostre voci’. Ancora una volta le sue parole glassate mi avevano provocato forti pruriti all’interno del mio cranio. Si tramutarono poi in emicrania. Detestavo quel suo continuo recitare, quella sua continua ricerca della parola giusta, dell’ossimoro più impressionante da propinare. Quando si trattava di me o di Emilia, non esitava a sfoderare i suoi mediocri sonetti travestiti da discorsetti moralisti. Aveva un particolare talento nel riuscire a farmi sentire sporca anche con un solo fonema. Ma tale stato d’animo si manifestava a scoppio ritardato: a distanza di ore, a volte anche giorni, sentivo incombere sulle mie labbra il gusto dolciastro dei suoi ‘amore’, ‘dolore’, ‘cattiveria’, la sua gamma di verbi pruriginosi solleticavano il mio midollo e un urlo moriva nella mia gola. Non ho mai saziato quella voglia di strillare, se non nel sogno che ho raccontato qualche riga fa.
Lo vidi arrivare avvolto nella sua camicia di flanella a quadri celesti, sigaretta in mano e cintura sempre lenta e penzolante. Un’immagine trasandata. Un fornelletto che riscalda il sangue delle tredicenni. “Buongiorno”
“Sono le sei di pomeriggio Jules… “
“Perdonami diafana Lena.”
A proposito. Il mio nome è Lena, da Maria Maddalena, nome dettato a mia madre dalla sua debordante ossessione per la religione cattolica. Già a tre anni preferivo essere chiamata solo con le mie ultime quattro lettere. Suonavano leggerissime sui denti e sul palato, così decisi di farlo comparire anche sui miei documenti, con sommo orrore dei miei genitori. Lena di nome, Quartilla di cognome. Nata alle due di notte del 18 marzo. Quel giorno la neve ritornò, mal accolta dato il periodo profumato di primavera, impaziente di liberarsi del gelo di Febbraio.
“Lena?”
“Dicevi?”
“Andiamo al solito bar?”
Lo fissai perplessa “Sono anni che non usciamo insieme, mi sembra stupido dire ‘solito’. Ormai è diventato ‘insolito’” Che battuta del cazzo. Ma lui rise! Un completo falso. Percorremmo un breve tratto. Circa venti metri di chiacchiere tediose, ovviamente tutte provenienti dalle sue labbra. Aspettavo il vero argomento del pomeriggio e le troppe parole inutili non stavano di certo alleviando il mio fastidio, così, appena scorsi le luccicanti sedie plastificate del bar, aprii l’argomento: “Che dovevi dirmi di così essenziale?”
“Abbi pazienza piccola stellina.”
“Ma dici mai questi nomignoli ad Emilia?”
“Certo, la chiamo miele stellato …”
Riflesso del vomito in azione. Sorella cara, come diavolo sei riuscita a non rigargli il viso con le unghie in quattro lunghi anni? Non ho mai amato le ‘parole d’amore’ fra fidanzatini, ma quelle di Giulio ... Come diavolo hai fatto? Il mio odio sta insozzando queste pagine per colpa del suo ricordo. Va via … va via!
Finalmente arrivarono le parole che tanto aspettavo. Dopo un lungo discorso su come stava andando la sua carriera universitaria, inaspettatamente, esordì: “Allora Lena, ti ho convocata qui perché voglio darti qualcosa. Qualcosa che Emilia deve assolutamente avere entro oggi, ok?” con la mano destra esplorava la sua tasca, la sinistra disegnava ghirigori con l’indice. Tirò fuori una busta da lettere, azzurrina, emanava un buon odore di mughetto. Notai subito che non era sigillata, particolare che risvegliò subito la mia curiosità. Mi sentii molto meno apatica. La presi senza dire nulla e ne inspirai a occhi semichiusi il suo profumo.
“Non ti senti bene?”
Volsi lo sguardo verso di lui “No, tutto ok. Voglio solo sapere come mai la dai a me?” Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui, volevo assaporare il suo tono di sconforto.
“Lena lo sai … tua madre le ha proibito di vedermi.”
“Non dico che la cosa non mi faccia piacere, ma come mai?”
“Lena” basta, smettila di ripetere il mio nome, è sempre più logoro. “tua madre è sempre stata molto scortese con me, sarà la tipica antipatia a pelle.”
“L’antipatia non porta a proibire di vedere qualcuno”
Silenzio rivelatore. Ne soffriva, riuscivo a vederlo, ma capii che era solo per la sua dignità persa. Probabilmente nostra madre lo aveva umiliato così platealmente da scalfire la sua faccia di bronzo. Misi in borsa la lettera. Lui fece un cenno con la testa.
“Inutile dirti che è solo per i suoi verdissimi occhi.” Che errore Giulio! Non ti hanno mai detto di non mettere regole che verranno subito violate? La curiosità si alimenta di queste frasi fatte, non lo sai?
“Posso andare adesso?”
“Hai da fare?”
“Certo …”
Il fumo, mentre parlava, fece capolino nella sua bocca. “Resta un po’, non hai preso ancora nulla”
“Ti prego Giulio ... la tua insistenza mi porta solo un fortissimo fastidio. Non riesco neanche a sostenere la tua presenza, figurati sentirti parlare per un’altra mezzora. Ciao.”
“Piccola dai ….” Lo lasciai implorare da solo contro la mia schiena. L’aria estiva mi accolse generosa fra le sue spire. Mi piaceva annusare quel vento leggero, portava con se il denso profumo dell’erba secca. Era l’unica cosa che in quel momento riusciva a confortarmi. Un grumo pesante pigiava sul mio corpo. Il souvenir di Giulio. Appena arrivata a casa, raggiunsi la nostra stanza. Emilia era a lezioni di violino e non sarebbe tornata prima delle otto. Avevo tutto il tempo per compiere il mio delitto. Aprire, leggere, comprendere e rimettere tutto in ordine. Ma quel piccolo lembo di carta sembrava un macigno. Il mio indice non riusciva a sollevarlo. Quella cattiveria, che fino a poco prima stava regnando su tutti i miei pensieri, si sciolse nelle mie vene, rendendomi vulnerabile, incapace di compiere qualsiasi bassezza. Non sarei riuscita nemmeno a rubare una caramella. Ero riuscita a pensare di invadere la vita di mia sorella, e in quell’istante cominciai a sentirmi imbrattata di colpa. Mi tramutai in una bambina, triste dopo aver distrutto un bicchiere. Posai la lettera sopra un libro e andai a cercare i miei pantaloni. Avevo un appuntamento con Irma alle otto e, come sempre, sarei arrivata sicuramente con diversi minuti di ritardo. Ormai lei prevedeva tutto ciò, quindi aveva la furbizia di presentarsi mezz’ora dopo l’orario prestabilito. Io, d’altro canto, rispettavo il mio ritardo. Tutto in ordine nel nostro delicato scompiglio.
Una volta raggiunta la porta d’ingresso, la signora cattiveria ricominciò a germogliare nel mio corpo. Volevo assolutamente sventrare quella lettera per scoprire cosa diavolo voleva dirle Giulio. Le sue parole potevano riempirla di gioia o ferirla? Erano capaci di addolcire il suo fragile umore? Picchiettai con i miei passi le scale fino alla mia camera. Presi la lettera, la infilai nella raccolta di poesie di Silvia Plath, recuperai la copia incartata de Il vecchio e il mare, di zio Hemingway, e raggiunsi l’esterno il più velocemente possibile. Ne avrei parlato con Irma, era l’unica capace di trovare idee brillanti in situazioni tediose.
L’appuntamento era al molo. Sulla mia bici mi sono sempre sentita padrona delle strade, padrona frustata dal vento carico di mare e foglie verdastre. Irma troneggiava fra quelle barche serafiche, alta, mora, nei suoi jeans corti, impreziosita da due occhi ambra. Scesi a terra e portai la bici a mano fino a lei. Mi baciò subito sulla guancia e sorrise “Allora?”
“Viziata, non si pretendono gli auguri”
“Si, se qualcuno se ne dimentica. Avanti”
“Tanti auguri, che le tue rughe siano profonde e le tue smagliature sempre più evidenti!”
“Ah” mise un finto broncio e si sedette sul bordo di legno della passerella. Mi tolsi le scarpe e la seguii. I pizzichi gelidi dell’acqua accesero la mia serenità.
“Come mai hai tardato? La tua gatta è rimasta incastrata in bagno?”
“Niente di tutto ciò” tirai fuori la lettera e i due libri. I suoi occhi prestarono, però, molta attenzione al libro avvolto nella carta celestina. Ma un attimo dopo notò la scrittura sghemba di Giulio e le sue gote si accesero di vergogna e brutti ricordi. Quel ragazzo aveva tormentato anche lei con le sue lettere. Sono stati insieme un anno, ma lei è riuscita a fuggire da quella gabbia e più volte ha tentato di liberare Emilia. Scorretta? Forse, ma era spinta dalla voglia di contrastare il virus di quel ragazzo, che pian piano, in passato, aveva provato a impossessarsi di lei. “Leggila”
“Dovrei?”
“Sei obbligata” me la strappò dalle mani e sollevò il pesante lembo, ricorrendo alla sua crudele e sublime forza. Non esitai un attimo a tentare di riprendermela. Fu una breve ed intensa colluttazione che ci portò troppo vicine alla fine della passerella. La vittoria fu mia, ma la busta aveva riportato qualche grinza.
“Ok, dammi solo un secondo per recuperare un po’ di sana meschinità”
“Taci e aprila subito!”
Dieci secondi di orologio per estrarre la lettera. Due secondi di lettura dove sono riuscita solo a carpire la frase iniziale: Piccolo germoglio, ho bisogno di gettare queste righe per …
La carta si accartocciò, mossa da una mano delicata e invisibile. Il mughetto si espanse nell’aria e il fiore della curiosità vide la luce e cominciò da allora a perseguitarmi con i suoi colori sgargianti.
Fu proprio Irma a fermarmi. Aveva un’espressione stravolta, come se qualcosa la stesse torturando lentamente. “Ho cambiato idea … ti prego chiudi tutto e dalla a lei …”
“Sei completamente suonata.”
“Non credi che debba saperlo solo lei quello che c’è scritto?”
“La coerenza non è un tuo pregio vero?”
Silenzio. Sorriso di Irma.
Riposi la lettera e ospitai di nuovo quel pensiero di colpevolezza nel mio cuore. Il suo segreto sarebbe rimasto intatto, ma con una lievissima crepa, una frase che avrei portato le cuore per troppo tempo. Le piccole lettere di quel breve periodo, rimbombavano all’unisono: velari miste a dure legate strettamente con suoni dolci e labiali.
Volgendo lo sguardo verso la barca che danzava sull'acqua, mi accorsi nuovamente della presenza di Irma: ancora una volta la mia testa mi aveva portata lontana dal suo viso olivastro, lasciando scivolare un sipario di silenzi imbarazzanti. Quegli attimi muti sono la base delle mura che di solito costruisco io stessa sotto gli occhi della gente normale, ma con lei la situazione era molto diversa. Avevo finalmente deciso di smettere di regalarle mattoni impilati, pronti a celare i miei pensieri, così decisi di rompere il tutto con il mio regalo. Il vecchio e il mare. “Spero non parli d'amore...”
“E' amaro quanto te..” Le sistemai una ciocca, scura e ribelle, dietro le orecchie. “Perché odi l'amore?”
“Io non odio l'amore, tutt'altro...non ne parlo molto proprio perché sto lottando per la sua sopravvivenza. Solo perché tutto e tutti declamano l'esistenza dell'amore la gente si sciacqua la bocca con questa parola. Ma i discorsi servono solo a corrodere la sua vera essenza. Dovremmo cominciare a parlare d'odio, in modo da consumarlo con la lingua fino a renderlo scontato. Dovremmo violentarlo con le lodi e tagliuzzarlo. Solo allora il suo significato, e quindi la sua esistenza, svanirebbe ridando vita all'amore...”
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