Scarpe. Scarpe in ogni angolo. Uno sguardo all’arredamento ed è subito facile scorgere un paio di sneakers o decolté color verde chiaro. Sembrano seguire la stessa coreografia ripresa da angolazioni diverse: la destra ritta come un soldato e la sinistra abbandonata mollemente su un fianco. Ero al centro di questo gomitolo di lacci vivaci, con la testa sulle ginocchia e le orecchie attente ad ascoltare parole posate su una musica troppo familiare. Rest in me and I'll comfort you… I have lived and I died for you… Mi sembrava di sentirla ancora cantare. Volevo continuare a rimproverarla per le sue (rare) stonature, volevo che quelle note dalla sua gola continuassero a filtrare il muro d’avanti a me. Il testo ritorna a parlare di noi. Ricominciano i cori, così armonici. Lui e lei continuano a duettare, nella mia mente sono pallidi e bellissimi. Canzone successiva. No non ti voglio! Ritorno da te, cantilena amara. You will never be strong enough… You will never be good enough…
Avrei continuato per ore se la porta non si fosse aperta, regalandomi la figura di Giulio. I suoi occhi erano piccoli e rossi, due rubini salati. Le sue labbra si muovevano ma erano sovrastate dai cori nelle mie orecchie. Tolsi gli auricolari. “Come?” mi alzai in piedi, come se mi avesse ordinato di pormi sull’attenti. “Dobbiamo andare …. Ci vieni vestita così?” tutti sappiamo che vestiti lunghi e azzurri non sono spesso ammessi ad un funerale, ma era il preferito di Emilia … non vestirmi così l’avrebbe fatta infuriare … magari sarebbe uscita fuori dalla tomba apposta per prendermi a calci, per poi tornare a riposare per sempre. Era un pensiero lugubre, ma una sua momentanea resurrezione non poteva che rendermi felice, almeno per una piacevole frazione di secondi.
Adorava quell’abito. Inizialmente lo comprò per se, ma la sua corporatura esile non riusciva a sposarsi bene con quel modello delicato. Lo accettai come regalo durante un pomeriggio piovoso. Mi costrinse a metterlo in tutte le occasioni per lei molto speciali: durante i suoi lunghi concerti, per il suo compleanno, per quello di Giulio, la sera delle stelle cadenti in spiaggia. Perfino quando nacque la nostra sorellina mi costrinse a indossarlo prima della corsa in ospedale. Le sue piacevoli parole pigiavano ancora nella mia testa: sei graziosa … davvero un angelo … Diceva che amava vederlo addosso a me. Dato che non poteva averlo, voleva che fosse mio. Come molte altre cose …
“Cambiati …”
“Contaci ragazzo”
“Adesso!”
“Non mi toccare!”
Le sue unghie tentarono si farsi strada nella mia pelle. Troppo affilate per appartenere a un uomo.
“Lena ti ho detto di toglierti quel vestito!” scavarono per mezzo millimetro, volevano lacerarmi.
“Lasciami stare!”
Mi lasciò solo quando cominciò a vedere le sue dita tinte di rosso. Delle piccole mezze lune decoravano il mio braccio. Una solleticante fierezza partì da quelle ferite fino a raggiungere il mio cuore. Non avevo ceduto alla sua irruenza, non c’erano lacrime se non quelle versate per Emilia. Continuava a fissarmi in attesa di una mia mossa sbagliata. Era sempre una gara con lui, un’interminabile partita a scacchi dove era possibile usare solo mosse d’attacco. Nonostante il dolore continuava a lacerarci il petto, continuavamo imperterriti nella nostra lotta iliaca. Quel giorno la vittoria fu mia per la prima volta.
“Andiamo via di qua … “ nella sua voce nacque del pentimento artificiale. Amico mio, perché continui a recitare? Non sei né vittima né boia. Non hai talento per questo spettacolo. Riprova fra mille anni, quando la nostra sofferenza sarà finita.
Avrei continuato per ore se la porta non si fosse aperta, regalandomi la figura di Giulio. I suoi occhi erano piccoli e rossi, due rubini salati. Le sue labbra si muovevano ma erano sovrastate dai cori nelle mie orecchie. Tolsi gli auricolari. “Come?” mi alzai in piedi, come se mi avesse ordinato di pormi sull’attenti. “Dobbiamo andare …. Ci vieni vestita così?” tutti sappiamo che vestiti lunghi e azzurri non sono spesso ammessi ad un funerale, ma era il preferito di Emilia … non vestirmi così l’avrebbe fatta infuriare … magari sarebbe uscita fuori dalla tomba apposta per prendermi a calci, per poi tornare a riposare per sempre. Era un pensiero lugubre, ma una sua momentanea resurrezione non poteva che rendermi felice, almeno per una piacevole frazione di secondi.
Adorava quell’abito. Inizialmente lo comprò per se, ma la sua corporatura esile non riusciva a sposarsi bene con quel modello delicato. Lo accettai come regalo durante un pomeriggio piovoso. Mi costrinse a metterlo in tutte le occasioni per lei molto speciali: durante i suoi lunghi concerti, per il suo compleanno, per quello di Giulio, la sera delle stelle cadenti in spiaggia. Perfino quando nacque la nostra sorellina mi costrinse a indossarlo prima della corsa in ospedale. Le sue piacevoli parole pigiavano ancora nella mia testa: sei graziosa … davvero un angelo … Diceva che amava vederlo addosso a me. Dato che non poteva averlo, voleva che fosse mio. Come molte altre cose …
“Cambiati …”
“Contaci ragazzo”
“Adesso!”
“Non mi toccare!”
Le sue unghie tentarono si farsi strada nella mia pelle. Troppo affilate per appartenere a un uomo.
“Lena ti ho detto di toglierti quel vestito!” scavarono per mezzo millimetro, volevano lacerarmi.
“Lasciami stare!”
Mi lasciò solo quando cominciò a vedere le sue dita tinte di rosso. Delle piccole mezze lune decoravano il mio braccio. Una solleticante fierezza partì da quelle ferite fino a raggiungere il mio cuore. Non avevo ceduto alla sua irruenza, non c’erano lacrime se non quelle versate per Emilia. Continuava a fissarmi in attesa di una mia mossa sbagliata. Era sempre una gara con lui, un’interminabile partita a scacchi dove era possibile usare solo mosse d’attacco. Nonostante il dolore continuava a lacerarci il petto, continuavamo imperterriti nella nostra lotta iliaca. Quel giorno la vittoria fu mia per la prima volta.
“Andiamo via di qua … “ nella sua voce nacque del pentimento artificiale. Amico mio, perché continui a recitare? Non sei né vittima né boia. Non hai talento per questo spettacolo. Riprova fra mille anni, quando la nostra sofferenza sarà finita.
Il funerale fu un vero successo.
Tanti parenti contriti, un paio sorridenti, una decina completamente indifferenti. Quasi tutti disorientati. Tutti in nero tranne me. Una piccola nuvola azzurra che fa capolino fra tanti nembi piovosi.
Rabbrividii vedendo sulla lapide il mio cognome, fu come se il mio sangue fosse stato sparso sul terreno umido. Un cruento innaffiare.
Giulio accarezzò la garza intorno alla prova della nostra breve colluttazione. “Diceva che avrebbe preferito morire guardando …”
“Zitto.”
“… vorrei tanto scavare il terreno per poterla di nuovo toccare …”
Stucchevole, troppo stucchevole. Non sopportavo quelle parole, quella finta poesia, quella continua recita di mielosi versi. Erano così inutili e così umilianti per Emilia, ma perché rovinare un legame con le parole d’amore? Perché decorare dove non ce n’è bisogno? Anche di fronte al suo ultimo letto lui continuava a mimare Alceo unito a Shakespeare e Baudelaire. Niente di più ridicolo. Lui era un taglio fastidioso sulla lingua. Parlare con lui era come ingurgitare melassa. “ … la sua pelle era così soffice … mi manca …” e le sue dita accarezzavano la mia nuca. “Mi ricordi tanto lei.” L’aria mi suggeriva di allontanarmi, di urlare. Pochi secondi e le sue labbra avrebbero assalito le mie. Mi resi conto di essere rimasta sola con lui. Io, lui e il marmo piantato nel terreno. La sua mano si stringeva ancora di più attorno al mio collo. Mi forzò e io urlai “Mollami brutto porco di merda!” nella mia mano c’era l’uncinetto di Emilia. Perforai la pancia del mio aguzzino.
Un sussulto e aprii gli occhi.
Mi sentivo pesante. La mia guancia era poggiata sulla spalla di Giulio. Probabilmente svegliandomi avevo emesso un grido, perché tutti intorno a me mi stavano fissando. Anche Emilia sembrava farlo, attraverso il nostro cognome sulla lapide.
Tanti parenti contriti, un paio sorridenti, una decina completamente indifferenti. Quasi tutti disorientati. Tutti in nero tranne me. Una piccola nuvola azzurra che fa capolino fra tanti nembi piovosi.
Rabbrividii vedendo sulla lapide il mio cognome, fu come se il mio sangue fosse stato sparso sul terreno umido. Un cruento innaffiare.
Giulio accarezzò la garza intorno alla prova della nostra breve colluttazione. “Diceva che avrebbe preferito morire guardando …”
“Zitto.”
“… vorrei tanto scavare il terreno per poterla di nuovo toccare …”
Stucchevole, troppo stucchevole. Non sopportavo quelle parole, quella finta poesia, quella continua recita di mielosi versi. Erano così inutili e così umilianti per Emilia, ma perché rovinare un legame con le parole d’amore? Perché decorare dove non ce n’è bisogno? Anche di fronte al suo ultimo letto lui continuava a mimare Alceo unito a Shakespeare e Baudelaire. Niente di più ridicolo. Lui era un taglio fastidioso sulla lingua. Parlare con lui era come ingurgitare melassa. “ … la sua pelle era così soffice … mi manca …” e le sue dita accarezzavano la mia nuca. “Mi ricordi tanto lei.” L’aria mi suggeriva di allontanarmi, di urlare. Pochi secondi e le sue labbra avrebbero assalito le mie. Mi resi conto di essere rimasta sola con lui. Io, lui e il marmo piantato nel terreno. La sua mano si stringeva ancora di più attorno al mio collo. Mi forzò e io urlai “Mollami brutto porco di merda!” nella mia mano c’era l’uncinetto di Emilia. Perforai la pancia del mio aguzzino.
Un sussulto e aprii gli occhi.
Mi sentivo pesante. La mia guancia era poggiata sulla spalla di Giulio. Probabilmente svegliandomi avevo emesso un grido, perché tutti intorno a me mi stavano fissando. Anche Emilia sembrava farlo, attraverso il nostro cognome sulla lapide.
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